Page 57 - RSE Energia elettrica anatomia costi
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Va infine osservato che le taglie d’impianto si riferiscono a dati di
progetto e non all’effettiva capacità di smaltimento. Pertanto, special -
mente per gli impianti di più vecchia costruzione, l’effettiva capacità di
incenerimento può risultare inferiore, in quanto negli ultimi vent’anni,
anche a causa dell’incremento della raccolta differenziata, si è registrato
in tutto il mondo occidentale e specie in Europa un progressivo aumen -
to generalizzato del potere calorifico dei rifiuti, che ha comportato una
riduzione del quantitativo di rifiuti inceneriti per esercire l’impianto en -
tro il carico termico massimo di progetto della sua caldaia.
La tipologia nettamente prevalente tra gli impianti nazionali
(82,3%) è quella del forno a griglia - alimentato da rifiuti tal quale
a valle della raccolta differenziata, da CSS o da una miscela delle
due tipologie - in cui il rifiuto viene immesso su una griglia fissa
o mobile su cui avviene la combustione. In un termovalorizzatore
il recupero del calore contenuto nei fumi di combustione avviene
in un ciclo termico nel quale è prodotto vapore surriscaldato, che è
quindi espanso in turbina per la produzione di energia elettrica. Nei
vari impianti nazionali la pressione di esercizio del vapore prodotto
è nella maggior parte dei casi compresa tra 40 e 60 bar (su tutto il
parco nazionale il minimo è 10 bar e in un solo impianto è di 90 bar)
e la temperatura di vapore si situa nell’intervallo 400÷430 °C.
Poiché i fumi prodotti dalla combustione dei rifiuti posseggono
concentrazioni relativamente elevate di cloro e di metalli alcalini
che generano depositi aggressivi sulle superfici metalliche della cal-
daia, la temperatura del vapore prodotto nel ciclo termico deve ri-
manere a livelli abbastanza bassi, se paragonata alle normali caldaie
alimentate da combustibili fossili, onde evitare rilevanti problemi di
corrosione dei materiali (in particolare nei banchi convettivi e nelle
pareti membranate della caldaia). Questa circostanza incide negati -
vamente sull’efficienza di produzione elettrica dell’impianto.
La determinazione del costo di produzione dell’energia elettrica
-
dei termovalorizzatori deve necessariamente tener conto che, co
me spesso è affermato dagli operatori del settore, il business di un
termovalorizzatore è l’incenerimento dei rifiuti e non la produzio -
ne di energia. Ciò significa che i termovalorizzatori sono progetta-
ti ed eserciti nell’ottica della massimizzazione dei rifiuti da trattare
nell’ambito delle compatibilità ambientali vigenti e non in quella
della massimizzazione dell’energia elettrica prodotta come recupero,
anche se ciò comunque costituisce un sottoprodotto non trascurabile
nella gestione economica dell’impianto.
Un’altra considerazione riguarda la gestione economica di un ter -
movalorizzatore in cui il combustibile primario, cioè i rifiuti urbani
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Va infine osservato che le taglie d’impianto si riferiscono a dati di
progetto e non all’effettiva capacità di smaltimento. Pertanto, special -
mente per gli impianti di più vecchia costruzione, l’effettiva capacità di
incenerimento può risultare inferiore, in quanto negli ultimi vent’anni,
anche a causa dell’incremento della raccolta differenziata, si è registrato
in tutto il mondo occidentale e specie in Europa un progressivo aumen -
to generalizzato del potere calorifico dei rifiuti, che ha comportato una
riduzione del quantitativo di rifiuti inceneriti per esercire l’impianto en -
tro il carico termico massimo di progetto della sua caldaia.
La tipologia nettamente prevalente tra gli impianti nazionali
(82,3%) è quella del forno a griglia - alimentato da rifiuti tal quale
a valle della raccolta differenziata, da CSS o da una miscela delle
due tipologie - in cui il rifiuto viene immesso su una griglia fissa
o mobile su cui avviene la combustione. In un termovalorizzatore
il recupero del calore contenuto nei fumi di combustione avviene
in un ciclo termico nel quale è prodotto vapore surriscaldato, che è
quindi espanso in turbina per la produzione di energia elettrica. Nei
vari impianti nazionali la pressione di esercizio del vapore prodotto
è nella maggior parte dei casi compresa tra 40 e 60 bar (su tutto il
parco nazionale il minimo è 10 bar e in un solo impianto è di 90 bar)
e la temperatura di vapore si situa nell’intervallo 400÷430 °C.
Poiché i fumi prodotti dalla combustione dei rifiuti posseggono
concentrazioni relativamente elevate di cloro e di metalli alcalini
che generano depositi aggressivi sulle superfici metalliche della cal-
daia, la temperatura del vapore prodotto nel ciclo termico deve ri-
manere a livelli abbastanza bassi, se paragonata alle normali caldaie
alimentate da combustibili fossili, onde evitare rilevanti problemi di
corrosione dei materiali (in particolare nei banchi convettivi e nelle
pareti membranate della caldaia). Questa circostanza incide negati -
vamente sull’efficienza di produzione elettrica dell’impianto.
La determinazione del costo di produzione dell’energia elettrica
-
dei termovalorizzatori deve necessariamente tener conto che, co
me spesso è affermato dagli operatori del settore, il business di un
termovalorizzatore è l’incenerimento dei rifiuti e non la produzio -
ne di energia. Ciò significa che i termovalorizzatori sono progetta-
ti ed eserciti nell’ottica della massimizzazione dei rifiuti da trattare
nell’ambito delle compatibilità ambientali vigenti e non in quella
della massimizzazione dell’energia elettrica prodotta come recupero,
anche se ciò comunque costituisce un sottoprodotto non trascurabile
nella gestione economica dell’impianto.
Un’altra considerazione riguarda la gestione economica di un ter -
movalorizzatore in cui il combustibile primario, cioè i rifiuti urbani
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